
La parabola artistica di Lacy, svoltasi nel secondo Novecento, contiene tutta la storia del jazz e arriva prodigiosamente ad anticiparne il futuro. Nato nel 1934 in una famiglia di ebrei russi, pur avendo cominciato giovanissimo con i suoni tradizionali del Dixieland, negli anni ’50 Lacy partecipa attivamente con Cecil Taylor e Gil Evans ai movimenti che avrebbero trasformato per sempre la musica afroamericana. Lo fa all’insegna di Monk, ma anche lasciandosi contagiare dall’Europa e da artisti di altro genere: poeti come Beckett o Cvetaeva, danzatori, scenografi, fotografi, cineasti, esponenti dell’Arte Povera e performers del Living Theatre. Vivendo in Italia prima, e poi a lungo in Francia, l’arte di Lacy è maturata anche grazie alla collaborazione di Irene Aebi, cantante e strumentista svizzera incontrata a Roma nel 1966, e divenuta presto sua moglie. Dopo un’esperienza berlinese, nel 2002 arriva l’offerta di una cattedra al New England Conservatory of Music, e con essa la possibilità di tornare negli USA, dove morirà due anni dopo. Lacy ha sempre cercato la libertà nell’arte attraverso la coscienza del limite, in un lavoro di ricerca mai sazio. Proveremo a rintrecciare i fili della sua genialità, riascoltando l’eco delle sue composizioni nel sassofono di Ottaviano e della sua voce attraverso le pagine di Weiss tradotte da Martinelli.
L’appuntamento, condotto da Stefano Jacoviello, è a ingresso libero.
Informazioni: www.chigiana.it, [email protected], tel. 057722091











