Il mosaico si va pian piano completando, un terzo uomo è stato sottoposto a fermo di indiziato di delitto per la rapina al caveau Securpol di Pian dell’Olmino del 2 aprile 2016. Nel medesimo contesto il GIP Roberta Malavasi, condividendo le ragioni che avevano portato 15 giorni fa al fermo di F.C., trentanovenne pugliese, ha emesso una ordinanza che conferma la custodia cautelare in carcere dello stesso, ordinanza notificata ieri nel carcere di Foggia.
Nei giorni immediatamente successivi all’episodio criminoso, dall’osservazione delle immagini del sistema di videosorveglianza interno, i Militari dell’Arma avevano tratto una pessima impressione. Si comprendeva come quella banda di professionisti fosse venuta da lontano, per colpire e rapidamente sparire, dopo un’incursione perentoria e assolutamente imprevedibile nella serenità di questo territorio.
Quei personaggi non utilizzavano telefonini cellulari ma radio ricetrasmittenti, tutti indossavano guanti ed erano pesantemente travisati con passamontagna. Fra i casi analoghi occorsi in molte località del territorio nazionale, pochissimi erano stati scoperti in passato, proprio perché quella banda dimostrava di saper bene come non lasciare tracce.
Ma la perseveranza dei carabinieri del Nucleo Investigativo di Siena sotto la direzione del Colonnello Giorgio Manca, Comandante Provinciale, e dei magistrati inquirenti, il Procuratore Salvatore Vitello e il pubblico ministero Aldo Natalini, alla fine è stata premiata. Ogni strumento investigativo è stato utilizzato e, se i primi due fermati pugliesi, a corollario di indagini molto complesse sono stati individuati anche con l’utilizzo della prova principe, quella del DNA, con ancora maggiore dovizia di elementi, il terzo, un basista locale, è stato coinvolto invece da una nettissima impronta digitale, lasciata su una torcia utilizzata quella notte per la rapina.

L’escavatore prendeva quindi a colpire il primo piano dello stabile, abbattendo con violenza inaudita tetto e mura, per poter poi andare a ricercare lo spazio, protetto da solido cemento armato, collocato a pianterreno e destinato quale caveau. Mentre i rapinatori continuavano a muoversi in maniera concitata attorno all’obbiettivo, un paio di essi, probabilmente i capi, mantenevano i contatti con altri complici lasciati di vedetta. Utilizzavano radio ricetrasmittenti.
La colossale benna del mezzo cingolato prendeva quindi a colpire dall’alto verso il basso il primo piano dello stabile, nel tentativo di aprire un varco nelle solidissime mura in cemento armato del camera destinata alla custodia del denaro. Il primo varco aperto si rivelava errato e comportava una probabilmente imprevista perdita di tempo. Un secondo più piccolo varco nel caveau veniva finalmente utilizzato, un individuo dalla corporatura molto esile si calava fra spuntoni d’acciaio e resti di cemento, ma doveva desistere quasi immediatamente, perché veniva lanciato l’allarme e ordinata una prudente ritirata. I malfattori riuscivano a portar via solo circa 1700 euro in monete, prelevati negli uffici della Securpol.
In quel momento giungevano nelle vicinanze alcune autoradio della Compagnia Carabinieri di Poggibonsi, ma venivano bloccate a distanza di sicurezza dai malviventi che, tramite un’ulteriore squadra a ciò destinata, avevano bloccato il transito sulle sei strade d’accesso all’area del crimine, mediante l’abbattimento di grossi alberi. Dopo pochi minuti di fuga, avendo abbandonato in una radura fra gli alberi, le quattro autovetture che risulteranno poi essere state rubate nei giorni precedenti in aree di confine fra Puglia e Basilicata, i rapinatori montavano su un furgone che veniva intercettato da una autoradio a pochi km di distanza dal luogo della rapina e cominciavano a sparare all’indirizzo dei militari che rispondevano al fuoco. Né i Carabinieri operanti, né la loro autoradio venivano miracolosamente attinti dai colpi esplosi, mentre il furgone in fuga veniva colpito di striscio da un solo colpo del mitra dei militari e si allontanava a folle velocità.











