
Ognuno di loro vanta – si fa per dire – almeno cinque anni di anzianità nell’emergenza urgenza in regime di convenzione a tempo determinato. Quattro, sei mesi: dipende da Asl a Asl. E poi niente malattia, ferie per carità, licenze matrimoniali e di paternità nemmeno a parlarne… solo tanti turni, perché li pagano sostanzialmente a ore e allora loro si fanno in quattro tra vocazione e necessità. “In questa situazione – ha spiegato uno di loro, il senese Antonio Varvaglione – costruirsi una vita o una famiglia è davvero un azzardo. Eppure siamo medici preparati, lavoriamo gomito a gomito con i colleghi di ruolo ma senza nessuna delle loro certezze. Anzi una sì: con la riforma della sanità e i tagli lineari che potrebbe produrre, le nostre teste saranno le prime a saltare”.
“Così crollerebbe il sistema dell’emergenza-urgenza territoriale, è chiaro – osserva Mugnai – e con ciò la sicurezza dei cittadini nel momento acuto della malattia e della relativa presa in carico subirebbe un tracollo verticale”. Ma il motivo? “Beh – spiegano il dottor Varvaglione e i suoi colleghi – noi in questo modo costiamo al sistema un 30-40% in meno rispetto ai nostri colleghi di ruolo”. E poi? “E poi c’è una questione di volontà politica – spiega Mugnai – dal momento che in altre Regioni, a parità di normativa e di situazione di partenza, la stabilizzazione è avvenuta o è in corso. Ma qui no. Qui si vuol tenere la gente sulla corda così è più controllabile. Altrimenti non si spiegherebbe come mai i soldi per le poltrone si trovino sempre, quelli per loro mai. Malgrado le promesse e malgrado una nostra mozione che nel 2013 impegnava la giunta a procedere a un piano di stabilizzazione. Fu approvata all’unanimità. Non è cambiato niente”.










