
Su questo tema molto delicato riteniamo interessante la proposta del ministro Andrea Orlando che prevede una retribuzione minima oraria legata stabilmente ai contratti, dando valore a quanto prevedono i CCNL sottoscritti da organizzazione sindacali e aziende tenendo conto, a livello nazionale dei sindacati maggiormente rappresentativi e, su questo tema basta prendere i dati inps a fare riferimento agli accordi “leader” di ogni singolo settore.
Riteniamo questa la via maestra da percorrere se si vuole davvero debellare il lavoro nero e precario e dare una risposta definitiva ai circa 4 milioni di lavoratori che hanno paghe basse e contratti di comodo. Valorizzare la contrattazione collettiva ed estendere i contratti maggiormente rappresentativi a tutti i lavoratori con la legge a fare da supporto per agevolare questo percorso. Occorre, inoltre, aprire subito un tavolo di contrattazione e affrontare il problema tenendo conto che non possiamo parlare solo di salario minimo ma dobbiamo attenzionare anche quello massimo in quanto l’Italia e uno dei paesi europei dove gli stipendi sono bassi e non rapportati al lavoro svolto”.
In Italia oltre l’80% dei lavoratori è tutelato dall’applicazione dei contratti nazionali che vanno ben oltre una “paga minima” e rispondono in maniera adeguata alle esigenze e ai bisogni per ogni singolo settore. Negli ultimi due anni, quelli della pandemia, l’Italia, tuttavia, ha perso circa 39,2 miliardi di salari, il risultato peggiore dei paesi europei abbassando le retribuzioni che oggi ci vedono a metà classifica ma ultimi rispetto ai paesi maggiormente industrializzati.
“Occorre alzare gli stipendi adeguandoli all’Europa e allargare diritti e tutele per tutti. Non basta dire applichiamo il salario minimo; anzi, sarebbe la condanna dei lavoratori senza un contratto di riferimento e senza diritti” conclude Pucci.











