
«Lo scompenso cardiaco acuto rappresenta la prima causa di ospedalizzazione nei Paesi occidentali e circa un terzo dei pazienti ricoverati va spesso incontro ad una nuova riacutizzazione entro i primi sei mesi dalla dimissione – spiega il professor Albero Palazzuoli – Lo studio ha dimostrato che, nelle fasi acute della malattia circa il 40% dei pazienti sviluppa un peggioramento della funzionalità renale. Tuttavia solo alcune tipologie di insufficienza renale sono più strettamente correlate ad una prognosi peggiore. In particolare, abbiamo analizzato i valori di alcuni parametri di laboratorio in quei pazienti che presentavano insufficienze cardiaca e renale associate: ne è emerso che bio-marcatori, non strettamente legati alla funzione renale e facilmente misurabili con i comuni esami del sangue, esprimevano un adattamento sfavorevole agli stimoli neuro-endocrini associata ad un’elevata ritenzione di acqua e sali minerali. L’attivazione di questi meccanismi comporta una maggior compromissione del quadro cardiocircolatorio e un aumento del lavoro cardiaco. In estrema sintesi – conclude Palazzuoli – lo studio dimostra come la scoperta di uno specifico pattern di insufficienza renale durante la fase precoce di riacutizzazione dello scompenso identifica i pazienti con un rischio aumentato ed una prognosi sfavorevole. Un approccio terapeutico più mirato, orientato al riconoscimento e al trattamento precoce della ipertensione venosa centrale e polmonare e alla salvaguardia della funzione renale attraverso specifiche terapie, quali ultrafiltrazione e impianto di device di supporto per la circolazione, potrà migliorare il decorso clinico di questi pazienti».











