L’Unione dei Comuni della Valdichiana Senese da qualche anno promuove il teatro attraverso iniziative di welfare culturale. Uno dei pilastri di Valdichiana 2026 – Capitale Toscana della cultura è stato il programma che prevedeva di portare il teatro nelle piazze e nei borghi del territorio, riuscendo nell’intento di riunire formazione teatrale, giovani talenti e valorizzazione delle comunità. Tra le rappresentazioni che hanno riscosso successo vi è stata Sik Sik, l’artefice magico, commedia in atto unico scritta da Eduardo De Filippo nel 1929, contenuta nella raccolta intitolata Cantata dei giorni pari. Portata in scena dalla compagnia FUC, formazione che ha sede in Valdichiana, formata da giovani talenti professionisti, diretti dal regista e drammaturgo Carlo Pasquini, la rappresentazione è stata molto apprezzata dal pubblico che ha potuto assistere agli spettacoli andati in scena a Chianciano Terme, Trequanda, Valiano (frazione di Montepulciano).
Siena Free ha incontrato il regista Carlo Pasquini, per parlare di questa esperienza e di teatro in generale.
Carlo lei è conosciuto nel territorio per essere un bravo regista, concreto, che rifugge la gloria.
“Molti non sanno della mia attività teatrale prima che ritornassi ad abitare a Montepulciano nel 1996. Ma si può dire che io ho lavorato con importanti registi del teatro nazionale e internazionale. E quindi questo mi ha procurato una formazione di un certo tipo.”
Pasquini rimane vago quando si tratta di parlare di se stesso, sembrerebbe per pudore più che per timidezza. Proviamo ad insistere.
L’esperienza fatta in giro per l’Italia e all’estero a qualcosa sarà anche valsa, non crede?
“Certamente è stata fondamentale, perché naturalmente solo stando sul palcoscenico, a contatto con gente importante del teatro italiano e no, si riesce ad arrivare a certi livelli.”
Diceva del suo ritorno a Montepulciano.
“Fatto sta che da quando nel 1996 sono ritornato a Montepulciano mi sono ritrovato un po’ in difficoltà per organizzare spettacoli, radunare attori. Però piano piano sono riuscito a fare tutta una serie di spettacoli, sia nel Cantiere (internazionale d’Arte) ma anche produzioni indipendenti, radunando quelli che mi sembravano i migliori attori in circolazione nella nostra zona, in tutta la Valdichiana. E ho lavorato praticamente con tutti. E con tutti mi son trovato bene, nel senso che erano attori, forse non a livello professionale, ma con una possibilità di stare sul palcoscenico adeguata, adeguata a quello che dovevamo fare. Alcuni erano bravissimi, voglio citare tra tutti Tiziano Veltri, che adesso fa l’avvocato e che riusciva a fare delle cose meravigliose.”
Lei ha portato anche il teatro nelle scuole.
“Si, dopo c’è stato un periodo nel quale ho lavorato ai Licei Poliziani formando dei giovani che secondo me non avrebbero dovuto avere l’ispirazione di fare teatro come mestiere, ma che comunque sarebbe servito loro per crescere da un punto di vista culturale ma anche da un punto di vista dei rapporti personali.”
Da questa esperienza nacque Formare Una Compagnia?
“Dopo un certo periodo e dopo che avevo fatto diversi spettacoli, come dicevo prima, con vari attori di tutta la zona, mi venne l’idea di proporre ad alcuni di quei giovani che avevo conosciuto al liceo di formare una compagnia. E da questa nacque Formare Una Compagnia alla quale aderirono una decina di ragazzi e ragazze. Subito cominciammo a lavorare con un metodo che io conoscevo bene, che era un metodo che aveva poco a che fare con l’avanguardia, ma molto a che fare con l’interiorità e con la scoperta del lavoro sul personaggio. Abbiamo fatto diversi spettacoli, fino a che siamo arrivati alla scelta di questo spettacolo di Eduardo.”
Eduardo De Filippo è impegnativo, non è certo cosa da poco.
“Io ne avevo fatti già altri. Conoscevo già questo pezzo, Sik Sik, ma mi sembrava complicato farlo con loro, con dei giovanissimi, perché tutto sommato ci voleva tanta esperienza. Poi quando è arrivato il momento in cui ho pensato che alcuni di loro potevano essere in grado di affrontarlo, ignorandone poi i risultati ho voluto provare. Così è nato lo spettacolo che stiamo portando in giro grazie all’Unione dei Comuni della Valdichiana Senese che ce lo finanzia e che ha dato dei risultati che nemmeno noi ci aspettavamo, perché veramente abbiamo avuto un’accoglienza dal pubblico favolosa. I ragazzi in palcoscenico hanno reso al massimo e veramente a livello professionale. Tutti e quattro sono stati giganteschi e bravissimi.”
Sente di avere un rapporto speciale con i suoi attori?
“Io a questi che continuo a chiamare ragazzi anziché attori, ma lei può usare il termine che crede meglio, ho sempre voluto bene. Nutro per loro un affetto incondizionato perché comunque fanno dei sacrifici per affrontare ogni volta questi spettacoli, con i quali guadagnano ben poco e però hanno dentro la voglia di migliorarsi, di migliorare, di riprovare. E così solo con questo siamo arrivati a dei risultati che tutti possono vedere. Quindi l’alchimia è quella di rispettarli, di non fare il dittatorello, il regista incazzoso, ma cercare di arrivare alle cose con dolcezza, educazione, ripetizioni e via così.”
In un suo post ha detto che i suoi attori dell’Artefice magico non sono gnè gnè, ci può spiegare il significato?
“Ehm, ho usato il termine gnè gnè, ma non sono stato io il primo ad usarlo, insomma, è stato proprio Eduardo a usare questo termine. Sarebbero tutti quegli attori, in genere delle compagnie amatoriali, che riescono benissimo a fare il lavoro per il quale si impegnano, perché non hanno nessun tipo di volontà di arrivare chissà dove, ma che si accontentano di applicare i cliché.”
Ricordiamo gli attori che hanno interpretato Sik Sik l’artefice magico, che sono tutti della Valdichiana: Luca Amirante (Sik Sik), William Camastra (Rafele), Emma Bali (Giorgetta), Giovanni Pomi (Nicola), hanno recitato in un ottimo napoletano, cosa non facile.
Come sono questi suoi attori che hanno interpretato Sik Sik?
“Riescono a scavare nel personaggio, riescono a identificarsi col personaggio e riescono persino, è stato il caso di questo pezzo di Eduardo, a improvvisarci sopra, perché questo dava un valore in più allo spettacolo stesso. Spettacolo che tra l’altro io ho preso interamente senza applicare modifiche, se non qualche parola napoletana che era veramente di difficile comprensione per dei toscani e quindi l’abbiamo trasformata in una parola corrente.”
Avete portato il teatro nelle piazze, tra la gente, che esperienza è stata?
“Lavorare all’aperto è stato bello. L’idea dell’Unione dei Comuni di portare nei piccoli borghi questo spettacolo, così come altri spettacoli quest’anno, io credo che sia stata vincente, perché lavorare in una piazza significa collocarsi alla pari con gli abitanti di borghi che di teatro ne vedono ben poco. Dunque, è stata data la possibilità, senza sentire così il peso dell’entrare a teatro e quindi di aspettarsi magari una cosa faticosa o di difficile comprensione per loro. Non è stato questo il caso, perché sia a Chianciano che a Trequanda e a Valiano il pubblico era a casa propria e noi siamo stati loro ospiti.”
Dove avete rappresentato la commedia?
“Su questo piccolo palcoscenico, che abbiamo inventato insieme allo scenografo Fernando Dottori e con dei costumi rimediati, ma secondo me azzeccatissimi, che abbiamo trovato con Elisa La Porta che ha firmato i costumi.”
Quindi valuta favorevolmente l’intera esperienza?
“È stata un’esperienza bellissima, ma anche faticosissima, perché c’era da caricare e scaricare materiale, montare il palco, la scenografia, le luci, gestire gli appuntamenti, la logistica contemporaneamente. Per farle un esempio della fatica penso allo spettacolo di Trequanda, tenutosi in un posto meraviglioso, il Parco Pancirolli, ma siamo stati a lavorare tutto il giorno sotto il sole, prima per montare il palcoscenico, un paio di ore di lavoro, minimo, e sia per gli attori poi che hanno dovuto recitare quasi l’intero spettacolo, che per fortuna durava solo cinquanta minuti completamente al sole.”
Torniamo alla scelta di Eduardo De Filippo, un testo di cento anni fa che fa ancora ridere.
“Eeh, Eduardo. Io ho sempre amato tantissimo Eduardo, da quando ero giovane guardandolo in televisione insieme a papà e mamma, e ci piaceva tantissimo. Era in bianco e nero, rimanevo sbalordito di come l’umanità e la comprensione della vita da parte di Eduardo si concentrasse in questi testi che non volevano assolutamente suonare alla maniera di un teatro innovativo, ma che si rifacevano a una tradizione popolare. E penso che oggi manchi un teatro ben fatto di tradizione. Ecco, noi abbiamo cercato di fare proprio questo tipo di operazione, di portare in giro nelle piazze uno spettacolo che anche se recitato in napoletano potesse essere compreso nella sua natura umana e culturale da tutti quanti.”
Gianni Perego












