Agosto è segnato dalle iniziative in difesa dei punti nascita di Campostaggia e Nottola, di cui si prevede la chiusura a seguito del parere espresso dal Comitato Tecnico del Ministero della Sanità.
Martedì 11 agosto si è tenuta una importante iniziativa organizzata da 8 sindaci del territorio della Val d’Elsa che hanno presidiato a Campostaggia con fascia tricolore. Susanna Cenni, sindaca di Poggibonsi, è intervenuta in difesa del presidio con piglio deciso, indicando la linea politica da tenere: “La Regione, che ha dichiarato di rigettare la relazione del comitato nazionale per punti nascita, e di schierarsi con i sindaci e i territori, dovrà assumere un atto di indirizzo, e redigere una relazione da trasmettere al Ministero della Salute. Nella relazione dovrà chiedere il mantenimento del punto nascita di Campostaggia.” La Cenni non cita Nottola, probabilmente perché il punto nascita di Nottola non è in discussione quest’anno ma lo sarà l’anno prossimo. Per la Cenni la giunta Giani deve intestarsi la battaglia politica, ma in realtà la Regione per il principio di “concorrenza” che vedremo avanti, può fare molto di più per tenere aperto il punto nascita di Campostaggia.
Ad onore di cronaca si registrano gli interventi del Senatore Silvio Franceschelli del PD: “La qualità dei servii sanitari e la sicurezza delle prestazioni non sono parametri leggibili soltanto attraverso freddi indicatori o tabelle burocratiche”.
E la testimonianza dell’Onorevole Francesco Michelotti di Fratelli d’Italia, che è di Poggibonsi, ovviamente non presente al presidio del Partito democratico, ma al quale la questione sta a cuore e gli procura non poco dispiacere: “Noi siamo per tenere aperto il punto nascita di Campostaggia, riteniamo che la prossimità agevoli molto le donne e le famiglie, ma non bisogna mai trascurare la salvaguardia della salute di madre e bambino, da ciò pretendere condizioni sanitarie adeguate perché la sicurezza clinica non può essere subordinata a logiche di campanile”.
Aspetto clinico: se cinquant’anni fa in molte zone d’Italia c’era ancora l’usanza di partorire in casa, era perché l’aspetto tradizionale prevaleva sulla sicurezza clinica del parto, l’evento avverso era considerato una fatalità accettata, la mortalità della madre o del bambino era elevata e socialmente accettata. L’accantonamento di tale pratica ed il ricorso ai punti nascita attrezzati negli ospedali civili portò ad un crollo della mortalità da parto, laddove la struttura sanitaria era attrezzata a gestire le urgenze conseguenti a complicanze sorte durante il travaglio.
L’Organizzazione mondiale della sanità detta standard precisi per migliorare la qualità dell’assistenza materna e neonatale, insistendo su elementi come personale competente, assistenza basata su evidenze, capacità di risposta alle complicanze, trasporto efficaci, continuità e sicurezza del percorso. Questo determina il fatto che non basta “avere un punto nascita” anche con ottimi specialisti e professionalità, serve che sia messo nelle condizioni di lavorare in sicurezza e di gestire tempestivamente complicanze che possono diventare drammatiche in pochi minuti.
L’OMS fissa la soglia standard minima per i punti nascita a mille parti l’anno. L’Italia, che aveva inizialmente acquisito i parametri dell’OMS, ha rivisto i numeri in conferenza Stato Regioni fissando nel 2015 il tetto della sicurezza a 500 parti. Nel frattempo, la denatalità è continuata, gli italiani fanno meno figli con la conseguenza che molti punti nascita fanno registrare numeri costantemente inferiori alle nascite minime, Campostaggia si è attestata a 465. Attenzione però, perché la denatalità non riduce la complessità clinica, anzi spesso è fattore che l’aumenta: età materna più alta, comorbidità, gravidanze più a rischio. Da ciò la necessità di avere requisiti clinici organizzativi più elevati, con strutture attrezzate alle emergenze improvvise che potrebbero sorgere durante il parto. La priorità è la vita della partoriente e del nascituro non quella di raggiungere casa in dieci minuti una volta dimessi.
Cosa può fare la Regione: nel proprio ambito di organizzazione ospedaliera può rendere attuabili gli aspetti della sicurezza impegnandosi a ottenere le deroghe specifiche. Sotto questo aspetto le variabili possono essere molte, ma affinché ciò si realizzi c’è bisogno di lavorare pancia a terra, accantonare la propaganda antigovernativa in chiave elettorale: accontentare costa, lavorare sullo scontento non costa niente.
Storia dei tagli in sanità: la stagione dei tagli venne avviata per salvaguardare i conti pubblici. Si pensi che ciò avvenne proprio in epoca clientelare, si pensi quindi con quanto dispiacere vennero messi in atto. Con il governo Ciriaco De Mita (13/4/1988 – 19/5/1989) le terme hanno smesso di essere vacanze pagate dallo Stato. Fino al 1988 il Servizio Sanitario Nazionale copriva l’intera spesa, cure termali anche senza patologia, trasporto, alloggio e vitto nelle stazioni termali convenzionate.
Due cicli l’anno. La fine del termalismo sociale e assistito si concretizzò con la “disposizione in materia di finanza pubblica” contenuta nella Legge finanziaria 1989. Sarà un disastro per un comparto fino a quel tempo florido ma non virtuoso, perché pesa tutto sulle spalle dello Stato. Gli anni Ottanta hanno rappresentato l’assalto alla diligenza da parte di una classe politica orba alle questioni economiche. Basti pensare a Cirino Pomicino ministro delle finanze, esimio psichiatria un giorno chiamò in commissione bilancio della Camera Guido Carli, già governatore della Banca d’Italia, affrontando duramente l’economista sui temi della finanza pubblica tenendogli addirittura testa, (fonte il compianto Alberto Monaci parlamentare DC membro della commissione bilancio).
Alla fine degli anni Ottanta scattò l’allarme, il debito pubblico italiano era passato dal 60% del PIL al 90%. La parola d’ordine fu: “Salvare la sanità pubblica dal collasso dei conti”, a iniziare dal superfluo. Vallo a dire ai chiancianesi di essere finiti nella lista del superfluo. Purtroppo, fu così, senza un dibattito orientato alla conversione del settore, tutto finii dalla sera alla mattina. Sul campo rimase la lenta agonia delle stazioni termali. Il presidente De Mita non fece altro che accogliere il suggerimento dei tecnici che in materia di spese sanitarie erano chiamati a dire le cose come stavano, la verità nuda e cruda dei conti. Ciriaco De Mita ebbe il pregio di non voltarsi dall’altra parte al cospetto di dati drammatici, eppure poteva farlo perché a quel tempo i governi erano precari, duravano qualche cambio di stagione, il che poteva favorire di lasciare al prossimo capo del governo la patata bollente. Non lo fece, probabilmente perché le cose andavano veramente male.
Regione concorrente: con la frammentazione della sanità diventata competenza “concorrente” delle Regioni per mezzo del combinato disposto Decreto legislativo 502/1992 più riforma del titolo V della Costituzione del 2001, la spesa per la sanità se da una parte è aumentata esponenzialmente per lo Stato che distribuisce le risorse alle regioni, dall’altra si ha un maggiore controllo della stessa perché una volta distribuito alle regioni ciò che gli compete poi sta alle stesse mantenere in ordine i conti. A confermare ciò è il principio di “concorrenza”, inteso come concorrere. Avendo autonomia le Regioni possono decidere di distribuire la spesa regionale per la sanità tra i suoi vari comparti e di aumentare la stessa attingendo alla tassazione regionale.
Veniamo ai punti nascita. Il Comitato Percorso nascite nazionale è un organo tecnico del ministero della Sanità composto da trenta membri esperti del settore. Sono tutti medici e professori universitari. Sulla spesa sanitaria per i punti nascita il comitato non fa altro che applicare i criteri di razionalità: numeri di parti e la distanza di un punto nascita da un altro agevolmente fruibile. Campostaggia e Nottola purtroppo sono anni che registrano numeri di natalità al ribasso, ciò determina una fuoriuscita dai parametri tecnici.
È possibile tenere in vita Campostaggia e Nottola. In risposta al principio di concorrenza la Regione Toscana può decidere di mantenere in vita le due strutture periferiche, anche procedendo all’accorpamento dei due punti nascite con le Scotte, ma per ottenere questo deve predisporre una organizzazione che ponga al centro la salvaguardia della vita di madre e nascituro, ciò implica di razionalizzare la spesa sanitaria che ha a disposizione, tra trasferimenti dello Stato centrale e imposte proprie, contemperando tra spesa per servizi sanitari e costi di gestione amministrativa. Insomma, lo spazio per tenere in vita Campostaggia e Nottola ci sarebbe, ma la Regione dovrebbe intestarsi, piuttosto che la battaglia formale, l’azione di sostanziale concorrenza, procedendo ad una innovazione della riorganizzazione sanitaria.
Fabrizio Camastra








