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ECONOMIA e FINANZA

Industria 4.0 nel settore tessile-abbigliamento, una ricerca dei tre atenei toscani

8 Febbraio 20206 Mins Read
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industria40 prato2020Una ricerca per capire il livello di applicazione delle tecnologie digitali Industria 4.0 nei processi di produzione delle piccole e medie imprese (PMI) del sistema manifatturiero toscano. L’indagine, svolta nel periodo luglio 2018–ottobre 2019 da un gruppo di ricerca interdipartimentale dei tre Atenei toscani, ha riguardato anche il settore tessile-abbigliamento. I dati sono stati raccolti attraverso questionari strutturati di assessment tecnologico e successivi focus group che hanno coinvolto 163 imprese delle province di Prato, Pistoia e Firenze, cuore dei distretti regionali della moda. “Il quadro che affiora – commenta l’assessore alle attività produttive Stefano Ciuoffo – è complesso e a luci ed ombre: il sistema sembra posizionarsi in una fase di transizione sia in termini di processo di trasformazione sia in termini di numero di imprese che hanno avviato il percorso verso il paradigma 4.0. Diviene necessario accelerare nei tempi e nelle forme lungo tutta la filiera, in un contesto non sempre favorevole in cui alla fase della crisi finanziaria ne è succeduta una di incertezza dei mercati”.

A conferma del risultato di altri settori del manifatturiero regionale, anche nel tessile, a fronte di imprese che hanno avviato i processi di transizione, si registrano alcuni ritardi di altre nel fronteggiare le sfide di Industria 4.0: in media i valori di evoluzione tecnologica 4.0 delle PMI indagate si collocano nella scala di valutazione in una posizione intermedia, con alcuni comparti su livelli ancora non sufficienti. I ritardi riguardano in particolare l’area dell’organizzazione. “Un settore – ha aggiunto Ciuoffo – non immobile, ma che si muove ad una velocità non sempre adeguata alle sfide sempre più complesse della competizione internazionale. Le imprese investono in macchinari e nuove tecnologie digitali, ma permangono dei ‘colli di bottiglia’: ritardi nell’assunzione di figure specialistiche, presenza di attività formative spesso non associate a processi di job rotation, ritardi culturali nell’individuazione e definizione delle competenze critiche. Lo stesso sistema della ricerca deve interrogarsi sulla reale capacità di accompagnare il processo di evoluzione tecnologica nei settori indagati e in sistemi di PMI comunque collocati lungo catene del valore importanti per l’economia regionale, in uno scenario di rapidi cambiamenti di mercato e di crescente digitalizzazione dei processi: solo 1/5 delle imprese intervistate ha collaborazioni con centri di ricerca”.

Il valore dell’indice I4.0 del settore, in una scala da 1 a 6, è 2,49 e colloca le aziende tra beginner (stanno conducendo progetti pilota I 4.0) e intermediate (hanno cambiato orientamento strategico e stanno sviluppando una strategia I 4.0). Un valore che dipende soprattutto da una non ancora sufficiente crescita della cultura imprenditoriale, comunque da sempre abituata alla competizione internazionale, e da un insufficiente cambiamento della struttura organizzativa, necessaria nei processi di transizione al digitale, elemento trasversale a tutte le filiere del tessile-abbigliamento, ma con punte maggiori nel comparto delle filature. Poco oltre il 51% delle aziende opera nel tessile in senso stretto (filatura, tessitura, finissaggio-nobilitazione), circa il 22% nel tessile nonwoven (moquette, materiali diversi dalle fibre tessili, ecc.) e il restante 27% nella maglieria e nelle confezioni.

L’utilizzo di metodologie di pianificazione delle attività di trasformazione e, più in generale, della catena di distribuzione è basso. Gestione dei flussi materiali: quasi il 60% delle aziende non dispone di applicazioni dedicate alla gestione dei magazzini. Solo in casi molto particolari e in aziende più strutturate rispetto alla media è previsto l’utilizzo integrato di magazzini automatici ed un’integrazione tra il software di gestione magazzino e il gestionale per ordini e scorte, a conferma della scarsità di flussi informativi tra i reparti. Nonostante la mancata automazione, la tracciabilità sembra essere un elemento rilevante, soprattutto per le imprese di tessuti particolarmente pregiati, e che lavorano sulla committenza di grandi griffe, che lo considerano elemento strategico per il futuro, sia in termini di sicurezza dello spostamento dei carichi che, soprattutto, per la possibilità di garantire un prodotto ‘certificato’, o per la provenienza di lavorazioni ‘made in Italy’ o per l’attestazione di produzioni green.

La mancata conoscenza dei processi interni è piuttosto diffusa: il 17% dichiara di non effettuare alcuna mappatura dei processi e l’8% ammette di non sapere nemmeno di cosa si tratti. Solo il 30% delle imprese dichiara un approccio di tipo ‘data-driven’, in cui cioè gli operatori utilizzano tutta l’informazione oggettiva disponibile per modificare o eseguire i propri compiti. Infatti, nonostante il 68% delle imprese dichiari di effettuare l’analisi dei dati storici, solo il 20% ne utilizza i risultati in fase di controllo o di pianificazione delle successive progettazioni.

Un’azienda su 3 non conosce il termine business model, ovvero ciò che descrive, a caratteri generali, come l’azienda crea e cattura valore. Anche quando è conosciuto lo è, in più della metà delle imprese intervistate, principalmente a livelli dirigenziali/gestionali. Prevale ancora un sistema di direzione ‘intuitiva’: il modello di gestione non ha obiettivi sempre ben definiti oppure non ben formalizzati e comunicati solo oralmente, finendo per condizionare le strategie di sviluppo che nel 42% dei casi sono definite solo verbalmente; prevale un approccio più ‘reattivo’ e una logica di governo maggiormente operativa, piuttosto che una strategia di più lungo respiro e ben codificata. Solo 1 azienda su 3 tende a definire le strategie in modo digitale. Da un punto di vista organizzativo, la quasi totalità delle imprese ha un sistema decisionale di tipo centralizzato, tipico delle PMI, spesso a conduzione familiare.

Il lavoro in team riguarda il 44% delle aziende, nel 7% dei casi è individuale e nel restante è misto. Oltre 2 aziende su 3 producono per lotti. Il settore sostanzialmente si divide tra aziende che producono alti volumi con alta varietà (45%) e aziende che producono bassi volumi con alta varietà (42%). La mappatura dei processi aziendali, che in uno scenario di crescente digitalizzazione è cruciale, non solo per la funzione di produzione ma per tutta l’impresa, viene svolta in digitale solo da 4 imprese su 10. Lo stesso vale anche per un’altra attività chiave, la ricerca e sviluppo (R&S), effettuata solo dal 40% delle aziende. Il motivo? Le imprese la ritengono non necessaria in quanto eseguita da soggetti a monte della catena di distribuzione.

L’innovazione aperta è un nuovo approccio strategico e culturale in base al quale le imprese, per creare più valore e competere meglio sul mercato, scelgono di ricorrere non più e non soltanto a idee e risorse interne, ma anche a idee, soluzioni, strumenti e competenze tecnologiche che arrivano dall’esterno, in particolare da startup, università, istituti di ricerca, fornitori, inventori, programmatori e consulenti. Nel settore solo 3 imprese su 10 adottano R&S in questa ottica, il restante non lo reputa rilevante. La maggior parte, il 69%, non ha un archivio storico delle attività di marketing svolte: tra le motivazioni, è un’attività non presente e di bassa rilevanza per il mercato di riferimento.



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