circa 150 “pezzi” tra dipinti, sculture, oreficerie e maioliche verranno presentati nei suggestivi locali dei Magazzini per ricreare lo stile e l’atmosfera del Castello di Gallico.
L’ingresso alla mostra sarà gratuito e, in accordo con il Comune di Siena, sarà comunque possibile fare un’offerta libera da destinare ad un opera di beneficenza.
Il catalogo, al prezzo promozionale di 18 euro, illustrerà le opere esposte nel percorso e sarà fondamentale per una migliore comprensione della mostra.
IL CASTELLO DI GALLICO
Visto dall’alto e da lontano, isolato com’è su un colle e circondato da una verdeggiante campagna, collegato ai piccoli borghi vicini di Montecalvoli, Casole e Poggioritto mediante strette strade a sterro, a guardare Gallico si ha quasi l’impressione di essere al cospetto di uno di quei famosi castelli ritratti nel primo Trecento da Simone Martini o da Ambrogio Lorenzetti.
A partire dalla seconda metà del XII secolo una serie di documenti dell’antica repubblica senese attestano l’esistenza della località di “Gallico” e nei secoli successivi si hanno notizie pure della struttura fortificata, che appartenne a prestigiose famiglie: prima i Tolomei, e poi, nel Quattrocento, i Griffoli, che lo possedettero fino al tramonto del secolo XVI. Da allora in poi il maniero cambiò più volte proprietari e tra questi, nella seconda metà del Seicento, vi fu anche l’illustre compagnia laicale della Vergine dell’ospedale di Santa Maria della Scala di Siena
“Successioni ereditarie consegnarono il castello di Gallico prima alla famiglia Terrosi nel 1837, quindi nel 1901, a Pia Terrosi nei Fei. Nell’atto di successione si specifica chiaramente che il castello di Gallico, a uso padronale, per quanto piuttosto vasto era mal utilizzabile, in condizioni pessime e bisognoso di restauri. Dalla denuncia catastale del 1882 apprendiamo che esso si componeva di trentanove vani, di cui venticinque a uso colonico, disposti su quattro piani. Nel 1909 un violento terremoto aggravò ulteriormente lo stato di conservazione dell’immobile. Da allora non disponiamo di altre informazioni sul castello di Gallico fino al 1951, quando l’intero complesso risultava, e forse già da qualche tempo, di proprietà di Federigo Biagini. Quanto vediamo adesso è perciò il frutto di una energica e fattiva volontà di recupero della struttura pervenuta all’attuale proprietario in condizioni fatiscenti.

Sabina Spannocchi
(La Collezione Salini, Firenze 2009 pp. 19-24)

“L’architetto SimonPietro Salini è un uomo di infaticabile attività che ha svolto attività di costruttore e progettista occupandosi di opere di edilizia civile e industriale e costruendo ospedali, strade, ponti, ferrovie, dighe, impianti idroelettrici, acquedotti, ideando piani urbanisti e territoriali, oltre che in Italia, in ogni angolo dell’Africa, in Medio Oriente, in Cina e in Brasile, dove ha anche costruito fondazioni e ospedali per beneficenza: questo personaggio ha infine scoperto una meravigliosa e silenziosa campagna nel territorio senese, con un piccolo borgo antico da una parte, Montecalvoli, e un castello diroccato dall’altra, Gallico, li ha ristrutturati con un rispetto quasi maniacale per l’antico e ha cominciato a mettere insieme una collezione di opere d’arte senese – dipinti, sculture e oreficerie – che è diventata imponente sia per quantità che per qualità.
Tra queste opere si contano oltre trenta capolavori, alcuni dei quali prestigiosi anche per le loro provenienze : la grande Croce dipinta di Duccio già in collezione Odescalchi nel castello di Bracciano, il polittico di Bartolommeo Bulgarini e le cuspidi di polittico di Giovanni di Paolo provenienti dalla collezione Chiaromonte Bordonaro di Palermo. E poi il San Pietro in marmo di Giovanni Pisano dal viso sconvolto forse per il pianto dopo il rinnegamento di Cristo; la Madonna col Bambino su tavola di un seguace di Duccio giovane che non siamo riusciti a riferire a nessuno dei pittori senesi noti e abbiamo perciò chiamata Madonna Salini; un Cristo benedicente in legno di notevoli dimensioni, probabilmente riferibile al grande scultore noto come “Primo Maestro di Orvieto”( cioè l’artista ancora anonimo che ha iniziato la decorazione della facciata del Duomo di Orvieto); tre sculture bellissime di Tino di Camaino; una tavoletta con San Giacomo di Simone Martini; una cuspide con tre Santi e un impressionante laterale di polittico con San Giovanni Battista di Pietro Lorenzetti; una mirabile Crocifissione di Ambrogio Lorenzetti; due sculture di Goro di Gregorio; una stupenda, piccola Madonna col Bambino in piedi molto prossima ad Andrea Pisano; un piccolo e raro rilievo in stucco policromo con una Madonna col Bambino a mezza figura, di una grazia stupefacente ma di difficile attribuzione, con ogni probabilità di uno scultore senese della fine del Trecento; una superba Madonna col Bambino in terracotta di Jacopo della Quercia; tre sculture di Francesco di Valdambrino; altre tre sculture in legno di Domenico di Niccolò “dei cori”; una Vergine annunziata lignea, rivestita di foglia d’oro, di difficile definizione ma di squisita dolcezza tardogotica; una tavoletta con San Bernardino già riferita a Pietro di Giovanni Ambrosi ma sicuramente del Sassetta; davvero dell’Ambrosi, invece, un bellissimo e complesso altarolo a sportelli con varie figurazioni; due opere di Neroccio, una scultura di un Angelo annunziante addirittura documentata e un dipinto su tavola raffigurante la Madonna col Bambino e due santi.
Alcune opere si sono rilevate di attribuzione diversa da quella con cui erano state acquistate, ma la loro presenza in questa collezione non manca di avere un significato: così sculture gotiche riconosciute forse come francesi fanno comunque parte di quella corrente artistica a cui soprattutto si ispirava la pittura senese della prima metà del Trecento, quando Siena era diventata un avamposto del Gotico in Italia. Altre opere risultate non senesi avevano comunque avuto questo riferimento da importanti studiosi di storia dell’arte.
Per concludere, siamo di fronte a una collezione di grande spessore e di un’importanza davvero eccezionale, che emerge con forza nel panorama della storia del collezionismo otto e novecentesco.
Professor Luciano Bellosi
(La Collezione Salini, Firenze 2009 pp.29-31)

L’esposizione è allestita nei locali dei Magazzini del Sale del Palazzo Pubblico di Siena e, attraverso le opere e i maestri della collezione Salini, racconta tre secoli di arte senese.
Siena e Bisanzio
Il più antico pittore senese è il Maestro di Tressa: un artista di inizio Duecento, intriso di cultura bizantina. La mostra si apre con una sua tavoletta, raffigurante l’imperatore Eraclio che decapita il pagano Cosroe, raffigurato come un moro, cui seguono rare testimonianze duecentesche.
Duccio il patriarca
Duccio di Buoninsegna fu il vero e proprio patriarca della pittura senese: la collezione Salini ne conserva una straordinaria croce dipinta, dove Cristo appare trionfante e vivo, nella rigida posa della tradizione romanica. La gentilezza del volto e la resa addolcita delle carni, segnate dalla lezione di Cimabue, annunciano però un’arte nuova. È un’opera databile verso il 1290, quando Duccio era giovane e stava lavorando alla vetrata del Duomo di Siena. Sarebbe seguita una carriera di successo, capace di suggestionare, fino alla metà del Trecento, un buon numero di maestri, dando origine ad una vera e propria scuola duccesca: dal Maestro della Madonna Salini al Maestro di Città di Castello, da Segna di Bonaventura a Ugolino di Nerio, fino a Niccolò di Segna.
Attorno al cantiere del Duomo: Giovanni Pisano, i Lorenzetti e Simone Martini
Nella prima metà del Trecento Siena è una grande capitale, non solo di uno stato amministrato dal così detto Governo dei Nove, ma anche delle arti, grazie anche al grande impulso dato dal cantiere grandioso del Duomo. Alla pittura duccesca risponde innanzi tutto la forza visionaria della scultura gotica di Giovanni Pisano, rappresentato da un fiero San Pietro in marmo. Con lui seppe dialogare Pietro Lorenzetti, di cui si espongono due tavole, a lato di una Crocifissione, le cui figure imponenti sono concentrate in un dolore silenzioso, capolavoro giovanile di suo fratello Ambrogio. Ben quattro marmi, tra cui spicca una deliziosa Madonna col Bambino, attestano le doti non comuni di Goro di Gregorio, strepitoso scultore dell’arca di San Cerbone nella Cattedrale di Massa Marittima, che lavorava il marmo con la grazia e la sottigliezza di un orafo. Al senese Tino di Camaino toccò invece il compito, dagli anni venti del Trecento, di diffondere la scultura gotica nel meridione angioino d’Italia. È a questa attività che si deve un raro trittico in marmo, accostato ad altre prove della sua carriera. Non manca infine il maggiore pittore senese del Trecento: Simone Martini. Sua è una piccola cuspide raffigurante San Giacomo minore, un tempo parte insieme ai pannelli con gli altri apostoli dell’ordine superiore di un gigantesco polittico. A fianco, una leggiadra figura di Sant’Agostino spetta invece al suo cognato e compagno di bottega Lippo Memmi.
Dopo la peste nera: l’arte come identità civica
Nel 1348 una tragica epidemia di peste segnò la storia d’Europa e di Siena. Ciò nonostante, la pittura senese continuò ad avere significativi protagonisti, che operarono guardando ai modelli del primo Trecento, consolidando il prestigio della città in questo campo. La sezione si articola a partire da due grandi polittici, dipinti nel secondo Trecento da Bartolomeo Bulgarini e Luca di Tommè.

Nei primi decenni del Quattrocento Jacopo della Quercia, forte di diverse esperienze, tra Lucca e Bologna, Ferrara e Firenze, impresse una svolta decisiva all’arte senese, e non solo. Lo documenta il naturalismo di una rara Madonna col Bambino in terracotta, intorno alla quale sono esposte sculture del suo amico Francesco di Valdambrino e tavole dipinte da maestri come Taddeo di Bartolo e Andrea di Bartolo, che avevano ancora nel cuore la pittura di Simone Martini.
La via senese al Rinascimento: da Sassetta a Francesco di Giorgio
È con Stefano di Giovanni detto il Sassetta che nel secondo quarto del Quattrocento la pittura senese iniziò a guardare verso le novità rinascimentali fiorentine, ma declinandole in maniera originalissima. Lo si intende dalla pungente individualità di un suo San Bernardino o dalle figure di un trittichino del seguace Pietro di Giovanni Ambrosi. A Siena, tuttavia, il gotico era duro a morire, come indicano in questa sezione le opere di Sano di Pietro e Giovanni di Paolo. Verso il 1460, la presenza in città di Donatello e la passione antiquaria del papa senese Enea Silvio Piccolomini, Pio II, seppero finalmente imprimere una svolta decisiva alle arti. Se ne colgono gli effetti nell’espressiva e vigorosa Madonna col Bambino in stucco uscita dalla fervida bottega di Francesco di Giorgio Martini, versatile campione del Rinascimento senese.
Professor Andrea De Marchi, Professor Gabriele Fattorini











