Il libro è teso a indagare il ruolo che la città e il suo spazio giocano nel neorealismo cinematografico e, più in generale, nel cinema italiano del dopoguerra (1945-1953), in rapporto, appunto, alla natura e alla matrice culturale del neorealismo come fenomeno globale.
Sorta di stella cometa dall’intensa luminosità seppur dalla vita breve, il fenomeno neorealista ha attraversato il firmamento cinematografico postbellico, trovando nella scoperta del paesaggio uno dei suoi codici espressivi più evidenti e innovativi. Paesaggio rurale ma soprattutto urbano, che diviene, del cinema non solo neorealista ma anche di quello più popolare che da esso è influenzato, lo scenario canonico, il cui ruolo appare tematicamente centrale, partecipando al delineamento di quell’aspetto di spiazzamento violento di cui la poetica neorealista è foriera. Reale e ripresa dal vero, la città diviene un “materiale” morale e psicologico, luogo in cui viene soprattutto messo a fuoco un agglomerato umano e sociale di miseria e di disperazione in cui si svolgono le drammatiche vicissitudini dei personaggi dei film: ingegneri comunisti braccati dai nazisti e partigiani, donne del popolo e parroci antifascisti (Roma città aperta), scugnizzi che rubano le scarpe ai soldati americani (Paisà) e “sciuscià”, “ladri di biciclette” e barboni “miracolati”, clandestini e monelli, banditi reduci di guerra e vecchi costretti alla sopravvivenza con le diciottomila lire al mese di pensione (Umberto D.). La città è la lente di ingrandimento attraverso cui esplorare gli sconquassamenti, geografici e interiori, che la guerra ha causato ed evidenziare quegli squilibri sociali che proprio nell’organismo urbano, nel suo sviluppo abnorme e classista, appaiono più marcati.











