
«Lo studio – spiega il professor Palazzuoli – ha analizzato in modo retrospettivo 960 pazienti provenienti da diversi ospedali italiani durante la fase di lock down, nel periodo marzo-aprile 2020. La ricerca, che si è avvalsa dei dati di un registro osservazionale italiano denominato CORACLE, ha arruolato pazienti provenienti da Toscana, Piemonte, Lombardia e Lazio ed ha dimostrato come uno score tradizionalmente usato per identificare i pazienti con elevato rischio tromboembolico, meglio noto come CHADs-VASC, sia in grado di prevedere con un’ottima accuratezza il rischio di mortalità durante la fase di ospedalizzazione. Il semplice calcolo numerico della presenza di alcuni fattori predisponenti – prosegue Palazzuoli – quali l’età sopra i 65anni, sesso, ipertensione, diabete, storia di cardiopatia ischemica, ATS generalizzata, cioè sindrome da tortuosità delle arterie, ed insufficienza cardiaca, ha permesso di stabilire che i soggetti con un valore intermedio ed elevato erano più suscettibili di prognosi sfavorevole. L’idea di applicare questo algoritmo di rischio embolico sui pazienti con infezione COVID19 – conclude Palazzuoli – è nata dal presupposto che i soggetti infettati costretti a letto vanno incontro sia a complicanze respiratorie, che ad eventi trombotici vascolari quali coagulazione intravascolare disseminata ed embolia polmonare. Da questa osservazione clinica e fisiopatologica, è scaturito il disegno dello studio che ha applicato un algoritmo noto agli specialisti e fruibile a tutti gli operatori sanitari, con lo scopo di riconoscere già ad un primo esame clinico quei soggetti con una prognosi più infausta e con un rischio aumentato».
Nel lavoro pubblicato sull’autorevole rivista americana American Journal of Cardiology, viene poi spiegato come l’applicazione di questo protocollo a tutti i pazienti ospedalizzati possa avere delle ripercussioni terapeutiche grazie all’uso di farmaci anticoagulanti come l’eparina in grado di prevenire gli eventi tromboembolici associati all’infezione a livello della circolazione polmonare e quindi di poter ridurre la mortalità dei soggetti colpiti.
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