Il voto negativo dell’assemblea degli azionisti del Monte dei Paschi sulla fusione della banca senese con Mediobanca manda in fumo il progetto di Luigi Lovaglio di dar luogo al terzo polo bancario, e alla sovranità finanziaria nazionale. Questo punto era fondamentale perché Intesa aveva minacciato di ritirare la propria offerta se fosse passato.
La platea degli azionisti composta in larga maggioranza da soci aventi quote piccole del capitale di Mps era calda fin dalle prime battute della riunione svoltasi all’interno dell’auditorium di via Mazzini. Il discorso tenuto da Lovaglio prima del voto è stato lucido ma anche molto appassionato. Ha principalmente rassicurato Mediobanca: “Non scompare, il progetto funziona meglio del previsto”. L’ad ha difeso il progetto di fusione davanti all’assemblea di Siena, puntando chiaramente il dito contro Intesa Sanpaolo: “Ci ha sorpreso il cambio di rotta”, ha detto sentendosi tradito dalle trame nate dopo la Ops su Bpm Generali.
L’Ad ha rivendicato i risultati ottenuti durante il suo mandato ripercorrendo le tappe che hanno portato alla giornata di oggi, dall’assemblea del 15 settembre 2022, quella del rilancio e del ritorno alla redditività, a quella del 17 aprile dell’anno scorso, che approvò l’aumento di capitale a servizio dell’offerta su Mediobanca: “Abbiamo mantenuto le nostre promesse”, ha detto, ricordando a chi sostenne l’aumento di capitale del Monte tre anni fa che era stato promesso un ritorno, e che quegli investitori sono stati “premiati”. Poi la metafora calcistica che ha maggiormente appassionato la platea dei piccoli azionisti: “Qualche gol l’abbiamo fatto anche da calcio d’angolo, ma li abbiamo segnati giocando la partita, non cambiando le regole del campionato”.
Aveva rassicurato Mediobanca spiegando che l’operazione sarebbe servita ad “allineare la struttura societaria al modello operativo già implementato”. Prima la fusione, poi la scissione, che avrebbe consentito a Mediobanca di concentrarsi su investment e private banking mantenendo marchio e personale. “Mediobanca non scompare”, ha assicurato. Il gruppo combinato conta circa 4 miliardi di ricavi, e le sinergie industriali sono state riviste al rialzo di 100 milioni. Gli ultimi passaggi formali sono attesi entro fine anno.
Poi la stoccata a Intesa. Il passaggio più politico è arrivato sul fronte del voto. Lovaglio ha ammesso che “l’aritmetica della fusione sarebbe stata difficile”, aggiungendo: “Ci ha sorpreso il cambio di rotta di Intesa Sanpaolo, inizialmente favorevole alla fusione e successivamente orientata ad auspicarne la mancata approvazione”. E ancora: “Quando un attore così rilevante cambia posizione in modo così netto, il contesto dell’assemblea cambia di conseguenza. Abbiamo difeso il valore del Monte, abbiamo ottenuto condizioni migliori per gli azionisti anche prima che l’offerta si concretizzi: questa è già una vittoria dell’iniziativa assunta da Mps”. Da qui l’appello agli investitori istituzionali internazionali, il cui sostegno, ha detto, sarebbe stato “un segnale forte e chiaro del valore del nostro progetto”.
Ma nulla di tutto questo, la fusione con Mediobanca è stata bocciata dal voto degli azionisti, per un margine che non lascia dubbi a interpretazioni diverse, la mancata adesione al voto del Mef con il suo 4% del capitale non è stata determinante, il Governo non si è schierato per non cadere nella trappola tesagli dall’aristocrazia finanziaria, pronta a impallinare l’illegittima intromissione, l’invasione di campo.
Fabrizio Camastra












